Dalla via Emilia all’Oriente (viaggiando con la mente)
A cura di Sentieri Komorebi
Ci sono libri che leggi e libri che ti restano addosso. Sādhanā, l’ultimo romanzo di Juri Romano, sta facendo proprio questo. Senza grandi campagne pubblicitarie alle spalle, è finito al primo posto tra i Bestseller di Amazon nella categoria “Viaggi”, spinto solo dal passaparola dei lettori. Abbiamo fatto due chiacchiere con l’autore per capire come nasce una storia che unisce la provincia italiana all’Estremo Oriente.
Sentieri Komorebi: Juri, facciamo un passo indietro. Cosa ti ha spinto a iniziare a scrivere racconti? C’è stata una scintilla particolare?

Juri Romano: In realtà ho sempre letto racconti fin da ragazzo… centinaia. La mia casa è letteralmente sommersa dai libri, una passione che ho ereditato da mio padre. Una decina di anni fa ho cominciato a scrivere: il mio primo romanzo, “L’incantatore di sogni”, l’ho scritto nel 2015 se non sbaglio. Più che altro l’ho fatto come sfida personale. Ed è stata una sfida per davvero perché il romanzo è ambientato a Parigi nel 1923. Una sfida nella sfida.
Finito quel libro, ho archiviato l’esperienza a tempo indeterminato. Poi, all’inizio di quest’anno, ho letto qualche romanzo — di cui non faccio nomi — che era scritto in modo terribile, impossibile da leggere. Nella testa continuava a frullarmi un pensiero: “Se mi ci metto, sono certo di scrivere meglio di così”. Alla fine mi sono messo al PC, ho corretto il primo libro e da lì non mi sono più fermato.
SK: E direi che hai fatto bene a rimetterti al PC. Partiamo subito dalla notizia fresca: apri Amazon e vedi il tuo libro primo in classifica, sopra a nomi giganti dell’editoria. Diciamocelo: che effetto fa?
JR: Guarda, a essere onesti fa uno strano effetto. Un misto di gratitudine e incredulità. Non sono uno che si esalta per i numeri o che festeggia stappando bottiglie, però vedere quel ‘numero 1’ fa piacere. Voglio essere preciso: si tratta della classifica digitale per la Letteratura di Viaggio. Lo dico per restare con i piedi per terra, anche se dentro di me ne sono felicissimo.
Ma al di là della categoria, quel numero è importante non per l’ego, ma perché significa che la storia di Jim Pontecorvo è arrivata a destinazione. Significa che quello che ho scritto ha toccato le corde giuste. È una bella sensazione sapere che qualcuno si è emozionato con le tue parole.

SK: Sādhanā è un viaggio pazzesco attraverso Turchia, Iran, Asia Centrale… Le descrizioni sono così vivide – sembra di sentire la polvere del Pamir in gola – che viene spontaneo chiederti: sono tutti posti che hai vissuto in prima persona?
JR: Ecco, qui tocchi il punto cruciale del libro. Io sono un lettore onnivoro, cresciuto a pane e Terzani, e amo l’Asia alla follia. Però con Sādhanā ho fatto una scommessa un po’ rischiosa: volevo raccontare l’anima di quei luoghi senza averli necessariamente visitati tutti in quel contesto specifico. Volevo capire se, con lo studio matto e disperatissimo e tanta empatia, si riuscisse a restituire la verità di un posto. A giudicare dai primi feedback, pare di sì. Ho cercato di catturare l’atmosfera, più che fare una guida turistica.
SK: È una scelta coraggiosa per un libro di viaggio. Come hai fatto a non farla sembrare una finzione? Come hai reso tutto così reale?
JR: Non ho fatto tutto da solo. Ho avuto la fortuna di avere tanti amici viaggiatori, gente che quei posti li ha consumati con le scarpe. Mi hanno prestato i loro occhi, i loro diari. Ti faccio un esempio concreto: tutta la parte ambientata in India, e nello specifico i racconti che i personaggi si scambiano sulla terrazza del bar, sono fatti realmente accaduti a un mio caro amico. Lui me li ha raccontati e io li ho inseriti nella storia. Io ho fatto da “collettore”: ho preso le loro esperienze reali e le ho cucite addosso a Jim. In pratica, ho viaggiato attraverso i loro ricordi.
SK: Parliamo proprio di Jim. Senza fare spoiler, diciamo che la vita con lui non ci è andata leggera. È il classico uomo perseguitato dalla sfortuna?
JR: Decisamente sì, Jim ne ha prese tante. Ha perso quasi tutti i punti di riferimento. Però, se ci pensi, è anche fortunato in modo assurdo. La sua fortuna sono le persone. Nel libro, la vera salvezza arriva dagli incontri: un monaco, un camionista, vecchie conoscenze… Ognuno gli lascia qualcosa, un pezzetto utile per ricostruirsi. Diciamo che la sfortuna gli ha svuotato la vita, ma gli incontri l’hanno riempita di nuovo.
SK: C’è questo concetto del “Sādhanā” come percorso interiore che sembra essere il tuo marchio di fabbrica.
JR: Sì, per me la narrativa serve a quello. Non mi basta raccontare “cosa succede fuori”, mi interessa “cosa succede dentro”. I miei personaggi devono sempre fare i conti con se stessi, accettare le proprie crepe e provare a ripararle. Jim parte per cercare una persona, ma alla fine trova sé stesso. Sembra una frase fatta, ma è il viaggio che, prima o poi, tocca a tutti noi.
SK: Prima di lasciarci: sappiamo che stai già scrivendo altro. Puoi darci qualche anticipazione o sei scaramantico?
JR: (Ride) Sono scaramantico, quindi non dico troppo! Però posso dirti che non mi allontanerò troppo da questi temi. Sarà un’altra storia di caduta e rinascita, di evoluzione interiore. Cambieranno i panorami, ma al centro ci sarà sempre la ricerca del proprio posto nel mondo. Diciamo che sono ancora “in cammino”.
SK: Grazie Juri. Un augurio veloce a chi sta per iniziare a leggere il libro?
JR: Di prendersela comoda. Mettetevi comodi accanto a Jim su quei treni lenti e godetevi il viaggio. E ricordatevi che a volte, per ritrovarsi, bisogna prima accettare di essersi persi.




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